Nella prima metà del XX secolo l’Europa è stata l’epicentro di due guerre mondiali, che hanno tolto il futuro a milioni di persone e lo hanno rovinato ad altri milioni. Dentro l’Europa non c’era famiglia che non avesse motivi per piangere; non c’era Paese che non avesse motivi per odiare altri Paesi.
Mai più! Fu questo l’urlo che salì dalle coscienze più lucide di quel doloroso periodo, coese nella volontà di girare definitivamente questa pagina tragica della storia europea e mondiale. Occorrevano fatti, non parole. Fatti irreversibili, che cambiassero il corso della storia, capaci di creare un destino comune.
Questo fatto, capace di cambiare realmente il corso della storia, fu la creazione delle tre Comunità europee: prima, nel 1951, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio; poi, nel 1957, la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica.
L’idea partì dalla Francia e la proposta fu rivolta alla Germania. I due nemici di sempre – avversari in entrambe le guerre mondiali – decidevano di collaborare stabilmente, assumendo reciprocamente precisi impegni: creare un mercato comune del carbone e dell’acciaio, gli strumenti essenziali per la guerra, ma anche per lo sviluppo economico. Mercato comune equivaleva a dire trasparenza, controllo reciproco, crescita economica, interessi comuni.
La proposta fu allargata ai tre Stati più vicini ed omogenei, Belgio Olanda e Lussemburgo.
E l’Italia? Il Paese, sconfitto e impoverito, stava per perdere il treno e restare ai margini del futuro dell’Europa. Ma ci fu chi – anzitutto Alcide De Gasperi – aveva capito tutto: aderì subito all’iniziativa franco-tedesca e portò l’Italia fra i Paesi fondatori delle nuove Comunità, quella più settoriale del carbone e dell’acciaio, poi quella delle materie fissili e dell’energia atomica e infine quella, di portata più generale e strategica, passata alla storia come CEE o MEC.
Fu la fortuna dell’Europa, e dell’Italia. Mai più! In effetti, dagli anni Cinquanta ad oggi non ci sono state più guerre né in Europa né col coinvolgimento di Stati membri delle Comunità.
La seconda metà del XX secolo è stata ben diversa dalla prima metà. Attorno alle Comunità si sono aggregati altri Stati europei, fino a raggiungere ora il numero di 27. Da 6 a 27: tante storie diverse fra loro, lingue e culture diverse, Paesi del nord e Paesi mediterranei, Paesi grandi come la Polonia e piccoli come Cipro, Paesi ricchi come la Gran Bretagna e poveri come il Portogallo o la Bulgaria.
Qualcuno, come il grande spirito di Altiero Spinelli, aveva sperato che il cambiamento della storia venisse dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa, uno Stato federale di nuovo genere, capace di legare per sempre i destini dei popoli europei. Prevalse invece la prudenza, la politica dei piccoli passi. Non sembrava realistico passare dalla guerra alla fratellanza nel volgere di pochi anni, occorreva seminare e camminare insieme, dimostrare nei fatti, nell’esperienza di ogni individuo, di ogni famiglia, di ogni impresa, che era conveniente convivere e condividere, creare ricchezza attraverso un mercato aperto e beneficiarne tutti.
Mattone su mattone, è stata costruita una casa comune europea, attraverso un continuo arricchimento degli accordi originari, nuovi trattati capaci di estendere le materie di collaborazione e di rafforzare l’azione comune. L’ultimo di questi è entrato il vigore il 1° dicembre 2009, col nome di Trattato di Lisbona dato che è stato firmato a Lisbona. A scorrere i suoi contenuti, e a confrontarli con quelli dei trattati degli anni Cinquanta, si capisce quanto lungo sia stato il cammino percorso.
Il mercato comune si è ampliato e rafforzato, ma accanto ad esso si parla oggi di formazione e cultura, di diritti fondamentali dell’uomo, di tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. La Comunità economica europea ha perfino cambiato nome: prima ha perso l’aggettivo “economica”, oggi addirittura si chiama solo “Unione europea”.
L’Unione europea oggi parla a nome di 27 Stati membri con la Cina e gli Stati Uniti d’America, contribuisce alla pace e stabilità nel mondo, negozia gli accordi sul commercio internazionale, studia misure contro il terrorismo internazionale: nessuno dei singoli Paesi che la compongono potrebbe oggi far sentire la propria voce, avere un qualche ruolo, a livello di politica ed economia internazionale. Nessuno potrebbe difendere i propri interessi fondamentali, senza avere il peso dell’Unione europea: quasi 500 milioni di persone, un grande territorio, un grande mercato, una grande forza economica, una cultura ricchissima che molto ha dato e molto può ancora dare al mondo che verrà. Una cultura che si fonda su valori come il riconoscimento di diritti fondamentali inviolabili ad ogni persona, come l’uguaglianza, come la solidarietà.
La Comunità europea, l’Unione europea, devono molto del loro successo a chi le ha progettate. Non c’erano modelli cui attingere, nell’esperienza internazionale del XX secolo. Si trattava di creare una entità diversa da uno Stato, da una federazione di Stati, da una organizzazione internazionale classica: appunto, una Comunità, come felicemente è stata chiamata. Una Comunità che si caratterizza per l’unità nella diversità: non si prefigge di unificare, di amalgamare popoli diversi: al contrario, fin dall’inizio ha assunto come proprio patrimonio la ricchezza delle diversità presenti in Europa.
Occorreva progettare per questa nuova Europa anche un’appropriata architettura istituzionale, immaginare nuove istituzioni democratiche ed efficienti, capaci di contemperare le ragioni degli Stati con quelle dell’intera Unione europea, e di garantire i valori democratici che caratterizzano la moderna storia europea.
Ne è oggi un simbolo l’esistenza di un Parlamento europeo eletto a suffragio universale diretto da tutti i cittadini. Come pure ne è una sintesi la istituzione di una cittadinanza europea, intesa come estensiva delle distinte cittadinanze nazionali, ad attestare il surplus di diritti derivanti dall’appartenenza all’Unione. Quello, ad esempio, di libera circolazione: ciascuno è oggi libero di circolare dovunque nella casa comune.
La storia è maestra di vita. Senza uno sguardo retrospettivo è più difficile capire il percorso fatto, e riflettere sul futuro ancora da disegnare: un destino comune sulla base di valori comuni, nonostante le difficoltà e le crisi come quella che stiamo attraversando.
Bruno Barel è docente di diritto europeo presso l’Università di Padova